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Esempi di buone prassi nello sviluppo della cultura imprenditoriale e dell'accoglienza - Un mondo autoreferenziale e visionario al tempo stesso

 

Il testo riportato in questa pagina è un estratto del report intitolato "Le idee vincenti" scritto da Rita Bencivenga nell'ambito del progetto Equal intitolato Albergo in via dei matti n. 0

Se vi interessa il testo completo potete farne richiesta via e-mail.

Qui a fianco trovate l'indice degli altri estratti del report.

Vi ricordiamo che il testo ha un senso chiaro nella sua globalita', quindi vi avvisiamo che la lettura di singole parti potrebbe togliere significato ad alcuni commenti e riflessioni.

Autrice del testo è Rita Bencivenga

Estratti del report (settembre 2004)
L'idea progettuale

Quali sono gli elementi caratteristici di una buona prassi dell'impresa sociale?

Quali caratteristiche ha un'organizzazione che favorisce lo sviluppo delle capacità delle persone svantaggiate?

Altre considerazioni sul turismo per tutti

Le buone prassi nell'uso delle parole: le parole sono pietre

Una questione di ruoli

Passaggio dall'ICIDH all'ICF

Empowerment, inclusione o integrazione?

Le buone prassi nel settore alberghiero: i servizi eccellenti

Un mondo autoreferenziale e visionario al tempo stesso


L'autoreferenzialità delle organizzazioni del terzo settore rientra nelle aree di criticità identificate da quasi tutte le ricerche del settore. Anche in queste pagine questo aspetto viene più volte citato, sia in relazione all'organizzazione dei seminari, che in alcuni casi non si sono allargati alla costituzione o allargamento della rete delle singole cooperative, sia in relazione alle singole interviste, in cui talvolta emerge un isolamento certamente sofferto ma in qualche modo mantenuto e protetto.

Una criticità che deriva dall'autoreferenzialità è spesso la mancanza di sistematizzazione degli approcci culturali e delle esperienze realizzate, che è un altro aspetto evidente nelle esperienze raccolte, cosa che rende difficile sia l'allargamento della rete sia l'inserimento in circuiti virtuosi che potrebbero aggiungere visibilità alle iniziative intraprese.

Le risposte che spesso si offrono a questi punti di fragilità consistono in azioni di rafforzo e di sostegno sia a livello della singola impresa sia a livello delle reti dell'economia sociale: si parla di sperimentazione di approcci, metodologie e strumenti innovativi per la diffusione della cultura imprenditoriale ed il supporto alle organizzazioni di Terzo Settore, oltre alla sperimentazione di nuovi profili formativi e allo sviluppo di nuovi spazi occupazionali.

Si può concordare sia con le criticità sia con le soluzioni ma, in questo capitolo, è sembrato importante soffermarsi a fare alcune considerazioni che cercano di analizzare il tema dell'autoreferenzialità in relazione ad un altro carattere distintivo che è emerso soprattutto dalle interviste agli enti che segnalano buone prassi: quello della visionarietà.

Si intende con il termine visionarietà la disposizione a inoltrarsi in mondi utopistici, la capacità di cogliere immagini al di là del presente. Non bisogna dimenticare che "visione" si contrappone a "sogno", in quanto di fatto si realizza nella realtà, a differenza del sogno, che sfuma al risveglio.

In molti dei racconti raccolti è evidente la capacità del visionario di lasciarsi trascinare dalla fantasia, dal sentimento.

Parlare di autoreferenza, d'altra parte, rimanda a un concetto di autonomia assoluta sul piano della realtà pratica e concettuale, alla disposizione a trovare in se stesso il proprio punto di riferimento. Quando l'autoreferenzialità è vista in modo particolarmente negativo, si arriva a parlare di chi fa riferimento esclusivamente a se stesso o ai propri bisogni, non curandosi d'altri o d'altro

C'è un collegamento fra queste due attitudini? Sono attitudini positive o negative? La scomparsa di una porterebbe a un rafforzamento dell'altra o, al contrario, ne smorzerebbe la portata?

Al termine dell'azione che ha visto la realizzazione dei seminari da parte delle cooperative di tipo B coinvolte nel progetto, rileggendo quanto successo (e soprattutto quanto non successo), una serie di domande restano in attesa di risposta, e forse è necessario perlomeno elencarle, prima di passare a proporre soluzioni.

•  Che tipo di difficoltà sono state dichiarate e che tipo di difficoltà sono state di fatto incontrate nella realizzazione dei seminari? Sarebbero state minori se vi fosse stata una maggior consapevolezza delle proprie difficoltà organizzative e strutturali?

•  Che tipo di considerazioni hanno portato a individuare e selezionale le azioni di buone prassi analizzate nel documento? Quali caratteristiche hanno avuto rilevanza agli occhi degli imprenditori che hanno privilegiato il racconto di alcune esperienze piuttosto che altre?

•  Nuovi profili formativi e nuovi spazi occupazionali non corrono il rischio di vivere le stesse difficoltà di quelli esistenti in mancanza di una lucida osservazione delle criticità dichiarate e di quelle non dichiarate (perché non percepite o talvolta perché non riconosciute come difficoltà)?

•  Qual è il livello di consapevolezza del contesto? Questa consapevolezza è in grado di favorire lo sviluppo di certe iniziative?

•  E soprattutto, qual è il livello di consapevolezza delle possibilità di influire su questo contesto o di crearlo ex-novo se non esiste?

In alcune delle buone prassi proposte emerge chiaramente come la contaminazione del mondo dell'impresa e di quello del sociale possa costituire un laboratorio che contribuisce allo sviluppo economico e sociale. Probabilmente uno o entrambi questi mondi vengono in queste buone prassi definiti e rappresentati in modo inusuale, ma ciò non toglie che il mix (spesso unico) che si crea nei singoli casi produce una forte innovazione data da un lato da una impresa affrontata con preparazione e strumenti inusuali, dall'altro da un sociale tenuto in conto in maniera spesso imprevedibile.

Persone eccezionali?

L'eccezionalità di certe situazioni e di certe persone è ben riconosciuta all'interno del mondo della cooperazione sociale, e talvolta genera un senso di superiorità: il fatto però che molte cooperative pecchino di una certa autoreferenzialità porta a non scontrarsi mai con il fatto che questa eccezionalità non viene percepita dall'esterno, dal mondo che non conosce nel dettaglio le difficoltà e i percorsi irti di ostacoli affrontati in certi contesti.

Anche nei contatti con le cooperative è emersa spesso la consapevolezza che gli intervistati, i soci, i dirigenti, hanno dell'eccezionalità delle persone che appartengono a questo mondo: è però difficile trasmettere cosa faccia percepire questa eccezionalità, in parte perché è davvero difficile descrivere a parole la quantità di ostacoli che si incontrano nel realizzare inserimenti lavorativi, in parte perché, visti da fuori, i risultati misurati in termini economici di certe iniziative che sembrano altamente innovative e di successo, risultano, agli occhi di chi vive nel profit, vicini al fallimentare.

Sarebbe certamente banale far passare un'idea di eccezionalità legata alla necessità di operare in un mondo difficile, di persone problematiche, portatrici di esperienze e difficoltà spesso inimmaginabili per chi non ha avuto occasione di confrontarvisi direttamente e può quasi solo fare riferimento ad un'immagine mediatica che oscilla fra l'enfasi pietistica e la bollatura negativa.

Fare leva su questo aspetto magari faciliterebbe i rapporti con enti pubblici bene intenzionati nei confronti dell'outsourcing, o di singoli imprenditori emotivamente sensibili alle difficoltà altrui: ma in questo modo si perderebbe completamente il forte senso di orgoglio, che talvolta sconfina in un chiaro senso di superiorità nei confronti di quello che viene definito con freddezza "il mondo dei normali".

Talvolta l'eccezionalità viene data per scontata, e la cooperativa si aspetta che il mondo esterno la riconosca cercando attivamente la collaborazione, ponendosi al servizio, addirittura, della cooperativa.

Progetti come quello che il gruppo di cooperatori sociali sta vivendo grazie al programma Equal possono avere l'indubbio vantaggio di permettere a molte cooperative di affrontare, in un ambiente che possiamo definire protetto (in quanto il progetto non costituisce il nucleo centrale delle attività della cooperativa e quindi è un terreno di sperimentazione e, in quanto tale, permette di correre di rischi) enti (spesso profit) che a loro volta vivono spesso in una autoreferenzialità che non facilita l'interesse nei confronti del non profit, o che ritiene di conoscerlo e non riesce a vedere al di là di quanto pensa di sapere, generando la classica profezia che si autoavvera.

Questi enti, quando sono costretti al confronto perché partner di un progetto comune, sono portatori di un pesante carico di pregiudizi e di "non aspettative" che concorrono a minare la collaborazione.

Entrambi i mondi aspettano che l'altro si muova, faccia i primi passi, proponga metodi o soluzioni, gli uni (il profit o le amministrazioni) trincerandosi dietro al fatto di avere (presumibilmente) le soluzioni e di attendere che il problema venga messo sul tavolo da altri, questi ultimi trincerandosi dietro al fatto di essere detentori del problema e di attendere che i primi si muovano per portare e adattare la soluzione.

Uscire da un sistema referenziale aiuterebbe anche a recepire meglio i mutamenti del mondo del lavoro, e dei conseguenti mutamenti della domanda di servizi, prodotti, idee (allargando il mix di offerta materiale e immateriale ben rappresentato dalle cooperative che hanno avuto la capacità e la forza di allargare la loro visione al mondo esterno, e che sono quindi in grado anche di anticipare, se necessario, i bisogni emergenti)

Alcune delle imprese sociali intervistate hanno saputo indagare le loro relazioni interne e con i soggetti che incrociano nel loro progettare e poi operare, mettendosi in una disposizione di ascolto dell'altro e di indagine sul senso delle loro azioni in corso e di quelle ancora in stadio progettuale.

Emerge la consapevolezza, acquisita da chi in rete è riuscito ad entrare e a collaborare, che l'integrazione è uno strumento che permette di trasformare l'intero sistema in una rete di opportunità di crescita economica e progettuale.

Si può essere autoreferenziali perché bloccati da contrasti interni, perché incapaci o poco interessati a comunicare con l'esterno, o perché timorosi di alterare equilibri raggiunti con difficoltà anche se, magari, limitanti. Purtroppo l'autoreferenzialità si riversa nell'immagine che si offre di sé all'esterno: anche in questo caso, partecipare a progetti aiuta a vedersi da fuori, capire come ci vedono (purtroppo spesso come non ci vedono) gli altri, talvolta aiuta anche ad identificare altri che non avremmo mai immaginato che avrebbero potuto guardarci e magari trovare interesse in noi.

Autoreferenzialità vuol dire anche spesso non lasciarsi osservare, misurare e controllare. Anche non autovalutarsi, con la conseguente mancanza di misurazione quantitativa e qualitativa di quanto si fa (e si produce) e di come lo si fa: la difficoltà nell'identificare esempi di buone prassi è direttamente collegata con questo aspetto, ed è stata molto evidente nel corso dell'azione.

Come anticipato, però, questo mondo così autoreferenziale è al tempo stesso fortemente visionario, ed è solo grazie a questa capacità di vedere oltre è in grado di porsi e vincere sfide che non sarebbero neppure intuite da chi non possiede questa visionarietà. Risiedono qui le radici dell'orgoglio, della superiorità percepita ma difficile da trasmettere?

Il dubbio che si è posto al termine dell'azione è: la cooperazione di tipo B talvolta è visionaria proprio perché autoreferenziale? Uscire dal mondo in cui si tende talvolta a chiudersi porterebbe a pagare il prezzo inevitabile della consapevolezza dei limiti, degli ostacoli e quindi ridurrebbe la portata innovativa che fa creare proposte e servizi altamente innovativi e talvolta anticipatori di futuri bisogni?

Il prezzo che molte cooperative spesso pagano all'autoreferenzialità è una situazione economica di mera sopravvivenza, se non peggio, con forti limitazioni anche alle possibilità reali di avviare nuove iniziative, di allargarsi ed espandersi.

E' importante affiancare al genuino perseguimento di obiettivi sociali, il perseguimento di quelli economici acquisendo la capacità di riconoscere anche altri tipi di domande oltre a quelle ipotizzate all'avvio della cooperativa e di cogliere la dinamica evolutiva in atto nel settore in cui opera e nella rete di cui fa parte.

Forse la soluzione vincente potrebbe essere quella di acquisire piena consapevolezza di questa capacità visionaria, e della sua portata dirompente, in modo da poter uscire nel mondo ed aprirsi ad esso dando più respiro economico all'impresa ma senza farsi limitare nella creatività e nello slancio verso la propria, unica, visione dal confronto con un mondo più consapevole ma molto più spento.

La prima azione di sostegno potrebbe quindi essere volta a mantenere la capacità non di sognare, cosa davvero molto rischiosa soprattutto quando si deve supportare un budget, ma di avere visioni, e di perseguirle come hanno saputo fare tanti anni fa, ed è solo un esempio, le socie del Posto delle fragole quando hanno deciso di viaggiare restando a Trieste.


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